Ottobre 28, 2026

Partite IVA, apprendistato e altre forme contrattuali non standard: questo accade oggi in Rai. Centinaia di lavoratrici e lavoratori che contribuiscono a mandare avanti la più grande azienda culturale del Paese a controllo pubblico, ma che vivono una condizione di precarietà intollerabile.

Non ci riferiamo a tutti quei consulenti ben pagati (alcuni dei quali non sempre approdati in Rai per una spiccata professionalità ma per meriti non di rado meno nobili) che troppo spesso sostituiscono i tanti lavoratori che da anni rendono la Rai un’eccellenza, attivando un processo di depauperamento e mortificazione delle competenze interne maturate e che consegnano a una marginalizzazione professionale chi ha negli anni dedicato la propria vita professionale a questa azienda. È ormai pratica consolidata l’affidamento sistematico all’esterno di attività creative, ideative e progettuali, alimentando il precariato e trasferendo progressivamente fuori dall’azienda competenze e know-how strategici. Una scelta che non soltanto mortifica e marginalizza le professionalità interne, privandole delle opportunità di esprimere e sviluppare il proprio talento, ma impoverisce il patrimonio più prezioso della Rai: la capacità di generare idee, innovazione e contenuti originali. Un’azienda che rinuncia a valorizzare la creatività dei propri dipendenti rinuncia, di fatto, a investire nel proprio futuro.

Ci riferiamo a quel mondo di lavoratori e lavoratrici spesso nell’ombra, relegati in una zona grigia fatta di mancanza di diritti e di tutele, con condizioni salariali troppo spesso del tutto inadeguate, rese ancora più insostenibili in una fase in cui il carovita ha reso povero anche il cosiddetto ceto medio.

Formalmente autonomi, questi lavoratori contribuiscono a garantire la continuità dei programmi, come le partite IVA, o come gli apprendisti sottoinquadrati per legge, mal pagati e precari, ma tutti sostanzialmente sfruttati.

Infatti di partite IVA che nascondono rapporti subordinati mascherati si parla. Lavoratori e lavoratrici che non hanno alcuna autonomia reale nella gestione della loro attività, inseriti nei fatti ogni giorno nell’organizzazione aziendale, rispondono a esigenze produttive permanenti. Parliamo di lavoratrici e lavoratori che vivono questa condizione da almeno otto o nove anni, alcuni anche dieci, ma con ingaggi nell’anno di media di otto o nove mesi, con tutte le ricadute economiche sul salario annuo. Lavoratrici e lavoratori a cui sono negati i diritti base come le ferie, la malattia: ogni fermo dal lavoro vuol dire perdere retribuzione e quindi… altro che maternità o tutele per i caregiver. Ogni rinnovo contrattuale diventa un’incognita. Anni di esperienza e responsabilità non si traducono in stabilità, ma in un’attesa senza scadenza. E neppure a parlarne del diritto di far valere le proprie ragioni: nessun diritto sindacale, poiché ogni protesta si potrebbe tradurre in una ritorsione per il prossimo rinnovo. Eppure, a questi stessi professionisti viene richiesta una presenza continuativa in sede, spesso con orari fissi e disponibilità organizzate secondo le esigenze delle trasmissioni.

Nell’area editoriale e nella radiofonia il lavoro di contenuto, quello autorale, viene affidato sempre più a collaboratrici e collaboratori a partita IVA proprio perché, con un contratto di pochi mesi da rinnovare, sono più esposti alle pressioni: a Radio3 i contratti dell’ultima stagione durano in media tre o quattro mesi, e c’è chi dal 2020 ne ha firmati più di cento.

Non meno grave la condizione generalizzata dei lavoratori in apprendistato: giovani che entrano in Rai con aspettative professionali, ma che scoprono lo sfruttamento: salari inadeguati, assenza di reali percorsi formativi e crescita lavorativa nulla. Così la forma dell’apprendistato, nata come opportunità di crescita professionale per giovani che entrano nel mondo del lavoro, si traduce ancora una volta in precarietà e assenza di una reale prospettiva.

Facce della stessa medaglia: precarietà, ricattabilità, svalorizzazione e marginalizzazione delle professionalità interne. È questo il filo che unisce le diverse condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori in Rai, e che determina anche una progressiva e lenta decadenza dell’eccellenza espressa negli anni da questa azienda. Un’azienda che rinuncia a valorizzare la creatività e la professionalità dei lavoratori e delle lavoratrici rinuncia, di fatto, a investire nel proprio futuro.

Come organizzazione sindacale crediamo che sia giunto il momento di porre fine a questa condizione, non degna del servizio pubblico nazionale.

Pertanto, chiediamo all’azienda di aprire immediatamente un confronto con le rappresentanze sindacali per:

  • verificare le condizioni effettive dei rapporti a partita IVA impiegati stabilmente nelle produzioni e nelle redazioni;
  • regolarizzare le false partite IVA impiegate stabilmente nelle produzioni Rai, con percorsi di stabilizzazione da aprire a ogni forma di contratto precario;
  • verificare e, sulla base di riscontri oggettivi, ripristinare il regolare svolgimento dei contratti di apprendistato attraverso formazione effettiva, affiancamento e adeguate condizioni salariali;
  • impedire che esigenze ordinarie e permanenti continuino a essere coperte attraverso un precariato senza fine.

Non bastano riconoscimenti informali, rassicurazioni o promesse rinviate al prossimo rinnovo. Servono impegni verificabili e una precisa assunzione di responsabilità. Peggiorare le condizioni di chi lavora dall’esterno rischia, alla lunga, di incidere negativamente anche su tutele e garanzie legittime del personale interno, creando meccanismi di “dumping sociale”.

La solidarietà non è solo un valore astratto: può diventare uno strumento di salvaguardia collettiva. La battaglia di chi lavora precariamente in Rai deve essere la battaglia di tutti e tutte.

Chi garantisce ogni giorno il servizio pubblico ha diritto a un lavoro riconosciuto e tutelato. La Rai dia una risposta: il tempo dei rinvii è finito.

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